Sette cose che detesto sono poche, molto poche. Ne odio molte di più. Ma l'odio, come l'amore, è impulsivo e mutevole, mentre detestare qualcosa o qualcuno è un sentimento profondo, stabile, motivato. E per adesso mi sono presa la briga di elaborare solo sette motivazioni. Sufficienti, a mio insindacabile avviso, per il momento.
Quella cosa chiamata moda: è iniziata la settimana della moda. Voi forse non lo vedete, ma io si. Giri in bici e vedi attraversare ai semafori le longilinee creature, passeggi per il centro e addocchi i giovani tratti della Grande Madre Russia e Consociate, guidi l'auto e vieni affiancata dagli eccitatissimi drivers che scorrazzano le giovini mannequins in giro per la città. E qua si parla ancora di bassa manovalanza.
Il peggio spunta quando incontri coloro che la moda la fanno o la comprano. Scostanti, disattenti, presuntuosi ominidi dai trenta ai sessanta troppo pieni di boria per guardare se ti stanno falciando i piedi coi loro trolley o se ti stanno passando davanti quando sei in coda. Te lo aspetti da un burino, non da uno che indossa tremilacinquecento euro di vestiti e accessori.
Ma ora che lo sapete, statev' accuort'.
Ci sono poi gli organizzatori, gli assistenti (vi dice niente "Il diavolo veste Prada"?), i fotografi, i giornalisti accreditati, quelli che s'imbucano, le starlette che fanno la loro comparsata alle sfilate, le sopracitate modelle e, a scendere, una serie di altre figure più o meno obsolete in una scala gerarchica dove il gradino più basso è rappresentato da vestieriste e hostess......senza menzionare i toyboyz.
Facciamo una premessa che riguarda la terminologia utilizzata: per moda qui di seguito intendo quella popolare perchè più pubblicizzata, la solita decina di griffe trite e ritrite assieme a qualche giovane proposta che potrebbe con più profitto dedicarsi alla coltivazione dei campi.
E' SOVRAFFOLLATA: La moda sarà anche bella, ma ci gira intorno troppa gente che, di fatto, non serve. Mi chiedo che caspita ci sia di tanto attraente a lavorare in questo campo: a meno che tu non abbia una raccomandazione dall'alto, un cognome importante o un ano largo come il traforo del Frejus, 9 su 10, vieni schiavizzato, torturato, deriso da gente che, 8 su 10, vale molto meno di un cerino. Attenendomi sempre, per esperienza diretta in merito, a fare più fasci a seconda dell'erba.
Anch'io giocavo a Gira la Moda da piccola, ma non per questo adesso mi faccio le seghe mentali perchè non gravito attorno all'ambiente.
Sicuramente, si tratta di un fenomeno in netta ascesa. La prova? Otto anni appena, un metro e poco più di vivacità, la sveglia e socievole cuginetta di Federico, sull'assolata spiaggia di Riccione, alla domanda "E da grande cosa vuoi fare?" risponde convinta "La stilista!". Shit, you too?
Almeno non ha detto la modella.
Sembra che siano scomparsi interi campi professionali: l'ingegnere, l'architetto, l'insegnante. Saranno state le Bratz? O le Winx? Inutile scovare a chi dare la colpa, non ci resta che cercare senza sosta una risposta a quei quesiti universali finora irrisolti: perchè i bambini di tredici anni si devono comportare già da fighetti vissuti e le coetanee passare a pieni voti un test sulla fellatio? Perchè le liceali non sanno più cosa sia uno zaino, ma sperimentano quotidianamente sulla loro pelle cosa sia una shopping bag griffata? Perchè guardando un programma sull'occupazione in Italia mi devo sorbire una a malapena ventenne, con un sacco informe a righe addosso, i capelli da emo e un'espressione rassicurante alla Mercoledì Addams che racconta come contribuisca allo stile del globo attraverso il suo scintillante ruolo di Cool Hunter (letto culànter......).
Cos'è una culànter????????????????
Cito "......io vado in giro e fotografo tutto ciò che trovo particolare, originale, insomma che può fare tendenza......".
Che pirla, ero una culànter e non me n'ero accorta! E anche tu! Hai una macchina fotografica o un cellulare con fotocamera? Se vedi qualcosa di strano o carino in giro lo fotografi? E allora vedi? Siamo tutti nel grande giro del fescion! Peccato che a noi non diano una lira per farlo. E non posso fare a meno di chiedermi attraverso quali criteri venga assunto un culànter e quale sia il suo stipendio mensile. Preferisco ignorare.
E' INIQUA: nel vero senso inglese di "unfair", ingiusta, improponibile. Soprattutto in un periodo come questo:senza stare a fare demagogia, la gente viene realmente licenziata, le famiglie non ce la fanno a pagare il mutuo e, quando ce la fanno a tirare a fine mese riescono a risparmiare abbastanza soldi per comprarsi solo un caffè.
Siamo a un passo dal diventare uno stato sudamericano, una di quelle pseudo democrazie dove la classe media scompare, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. La moda rappresenta l'esempio più evidente di questo divario: chi se la può permettere e chi arrosisce solo ad azzardarsi a sognarla.
Perchè devo spendere 235€ per una borsa di nylon dal nome altisonante, Made in Italy solo perchè l'ha assemblata per meno di dodici euro una famiglia d'instancabili cinesi di Prato? Perchè una maglietta di cotone semplicissimo deve costare 75 euro (in saldo) solo perchè c'è stampato un piccolo squalo sul retro? E' cotone come un altro, filato come quello di un'altra t-shirt, con un taglio assolutamente banale. Ma cosa pago? Pago una marca.
Una marca??
Lo avverto solo io questo senso di spaesamento?
Forse no. Bene.
Eppure oggi, a parità di qualità interiori, se indossi una griffe sei (in realtà "appari", ma pochi notano la differenza) meglio di uno senza. E' indice del tuo benessere, della tua "quantità", ma non necessariamente della tua qualità.
E' BRUTTA: facciamo un distinguo. Non tutta la moda è brutta. Molti stilisti producono capi splendidi, che valorizzano ed esaltano gli aspetti più femminili o più androgini di una donna, che la sanno appunto interpretare al meglio in tutte le sue sfumature.
Tuttavia va ammesso a onor del vero che negli ultimi anni è passata solo feccia: tagli assurdi, colori clamorosamente poco azzeccati o totale grigiume, proposte più che dubbie.
Un'emorragia di idee che non s'è saputa arginare ha portato improbabili ripescaggi nel ripostiglio anni '80 della mamma: un riciclo di pezzi vecchi poco sapientemente accostati ad altri più recenti.
Reinventare e stravolgere sono concetti molto diversi, e la gente ama i cambiamenti graduali, comunicati in modo efficace, non sbattuti al pubblico in qualche modo, impossibili da digerire.
Li vedi in giro i fescion victim, li riconosci subito, non perchè siano belli, ma perchè sono strani. Li guardi e ti chiedi "ma che cazzo s'è messo addosso??" Non sono originali, sono solo ridicoli e fastidiosamente arroganti con il loro bagaglio traboccante certezza di essere i nuovi messia dello stile.
Più ho a che fare con soggetti simili, più li compatisco e mi convinco che la moda sia tutta una grande operazione commerciale che annebbia le menti della gente vuota in cerca di uno scopo. Non nego che possa essere un divertentissimo svago, ma anche però che, come l'alcool, vada preso a piccole dosi e non elevato a base della propria esistenza.
La bellezza e lo stile sono un'altra cosa:
1) una donna che sia una donna e un uomo che sia un uomo, qualunque sia il loro orientamento sessuale.
2) linee che impreziosiscano il corpo e le sue forme, non palandrane o artifici rigidi.
3) colori accesi o tenui, fantasie e pattern tra i più diversi, ma sempre ben accoppiati.
4) tessuti pregiati e ben lavorati che distiguano "il capo" da "un capo".
5) disegni e manifatture precise, confezioni curate fin nel minimo dettaglio che giustifichino un prezzo alto.
Peccato che oggi la moda non sembri più essere alla ricerca del bello, ma solo del sensazionale. Come i giornali scandalistici, la propaganda politica e le tette rifatte.
Che schifo.
saluti
martedì 22 settembre 2009
martedì 8 settembre 2009
sette cose che detesto: volume I "La coppa della discordia"
Sette cose che detesto sono poche, molto poche. Ne odio molte di più. Ma l'odio, come l'amore, è impulsivo e mutevole, mentre detestare qualcosa o qualcuno è un sentimento profondo, stabile, motivato. E per adesso mi sono presa la briga di elaborare solo sette motivazioni. Sufficienti, a mio insindacabile avviso, per il momento.
Il mondo di Grom: il mercoledì pomeriggio, in una strada trafficata del centro città, una persona colta dagli strascichi d'arsura dei primi di settembre, si ritrova di fronte a una rinomata e lodata gelateria. Più che per la scarsità di botteghe simili in zona che per la fama del posto, costei sale a malapena il gradino che delimita il maciapiede inquinato dall'ingresso giallo e luminoso del negozio. Di fronte a lei si staglia una fila di dieci, dodici persone disordinatamente in coda. Subito deduce che, se c'è tanta gente, allora vorrà dire che ne vale veramente la pena. Perchè perdere tempo è un peccato giustificabile solo se ripagato da un piacere d'intensità pari o superiore. E sebbene le unità di misura siano diverse, ognuno di noi butta ore al vento crogiolandosi in qualche vizio: sesso, cibo, shopping, ozio (l'elenco è infinito dai feticisti delle scarpe ai maniaci per i modellini).
Ma qualcosa non torna: dietro il bancone tre ragazzi e una ragazza tutti intenti a servire gelati. La cassa, vuota. Il tempo passa e la gente comincia a spazientirsi, qualcuno abbandona. La nostra incredula cliente è ormai a metà coda: come in tutte le cose, mollare adesso sarebbe sciocco. L'attesa è insopportabile, e si chiede come mai quei baldi giovini non si ripartiscano i compiti: uno fisso alla cassa e tre a servir coni e coppette.
Molto infastidita giunge alla meta, ma il ragazzo che dovrebbe servirla è ancora perso dietro le richieste della cliente precedente. Con il fumo alle orecchie comincia a mettere i soldi della sua coppetta sul piattino, giusto per accelerare. Finalmente giunge, con serafica e altezzosa espressione, il ragazzo che la deve servire. E' la resa dei conti: ordina la coppetta, i gusti e poi, seguendolo al banco, lancia la domanda che tutti, in quella manciata di freddi metri quadrati, si stanno ponendo: "Scusi, se posso, come mai non c'è una persona che rimanga fissa in cassa e altre che servano i gelati? In questo modo forse si velocizzerebbe il tutto.".
Pinguini nel locale: il ragazzo che a occhio e croce ha appena vent'anni, la guarda altero e schifato ma pronto a fare un atto di carità rispondendo alla ragazza. "No, signora, vede la nostra politica è quella di seguire il cliente in tutta la fase di acquisto del gelato. Io prendo il suo ordine, io amalgamo il gelato ogni volta......perchè vede è tutto fatto con ingredienti naturali e per renderlo morbido e cremoso devo amalgamarlo con la spatola di continuo. Io le servo il gelato in tutto e per tutto e lei non viene sballottata da una persona all'altra come se fosse una persona qualunque. Noi ci prendiamo cura del cliente!" conclude il provetto oratore. La nostra malcapitata afferra quella cazzo do coppetta, sforza un sorriso falsissimo, esordisce con un conciliante "Ah, bè effettivamente, non ci avevo pensato, bravi!" e se ne va, tra gli sguardi attoniti delle persone che stentano a credere alle parole appena udite.
Venti minuti per un gelato a Milano sembra una bestemmia, un crimine, una leggenda metropolitana. Senza contare che il gelato sarà anche naturale ma di sopraffino ha ben poco, soprattutto considerando il prezzo e la quantità; un difetto su tutti: le creme hanno tutte lo stesso sapore.
Per carità, proprio io non sono tipo da fast food o roba industriale: bando al gelato gusto puffo (dolce memoria della mia infanzia), poichè a una certa età cominci a capire che buttar giù coloranti e schifezze non sia il massimo della salute. Sono persona che si diletta in cucina: nella pasta ripiena e nelle torte so cosa ci ficco e me ne sto tranquilla. Altrove, porgo attenzione a cosa mi si propina.
Tuttavia, a parità di "freschezza", preferisco di gran lunga i prodotti della gelateria Marghera, nell'omonima via, dove il prezzo è inferiore, la fama è simile e il gusto nettamente superiore. O ancora, spostandoci fuori Milano, rimane imbattuto il binomio qualità-prezzo della gelateria Panna e Cioccolato di Riccione: rosa di gusti non ampissima, ma delicatezza e sapore unici a prezzi che in città te li sogni (anche lì è tutto naturale, anche lì gli inservienti sono tenuti ad amalgamare continuamente i composti, ma la fila scorre veloce nonstante la clientela numerosa).
Quello che si legge sul sito di Grom è tutta una lunga tiritera sui due fondatori Guido Martinetti e Federico Grom alla ricerca delle migliori materie prime. Bisogna, aggiungo io, saperle poi anche utilizzare però: un gelato può avere la più pregiata varietà di nocciole delle Langhe, ma se è mantecato male ti ritrovi i pezzi di ghiaccio in bocca. La filosofia dei due giovani imprenditori ammette da subito l'inghippo della lentezza ma la rigira come se fosse un vantaggio; cito testualmente "..code di 15-20 metri davanti alla gelateria e sorrisi entusiasti .." mi sembrano due cose naturalmente inconciliabili. Una minaccia più che una virtù.
Che qualcuno vada a spiegare a quei due spumeggianti torinesi che la specializzazione è un principio economico testato e promosso da qualsiasi azienda di successo. Che "seguire il cliente in tutta la fase d'acquisto" comporta non solo rallentare la vendita (con conseguente perdita di clienti), ma anche avere del personale scarso in tutte le sue fuzioni poichè non gli viene lasciato il tempo di specializzarsi in un unico compito (a alcuni suonerà familiare). Che, si, la catena di montaggio è un concetto che funziona!
Il testo poi termina con una frase a dir poco stucchevole "La nostra vera gioia? Un bambino che sorride mentre mangia un gelato Grom.", che teneri! Ma voi avete mai visto un bambino che piange mentre mangia un gelato?
Eppure, nonostante la lentezza, nonostante i prezzi alti a fronte di quantità scarsa e dubbio gusto, le gelaterie Grom spuntano come funghi. E non posso fare a meno di domandarmi il perchè. La risposta temo sia sempre la stessa.
Le gelaterie, come i ristoranti di questo tipo, fanno leva sui loro "tratti distintivi": ricercato, personalizzato, unico, facendo così del semplice gelato un bene di lusso (esiste addiritttura la Gromcard!). E' triste constatare che il solo fatto di essere "unici" attiri una così vasta clientela: il concetto è "mi distinguo perchè io il gelato lo prendo da Grom (posto fighetto e costoso)".
Io continuo a sostenere che una persona si distingua per quello che pensa e come lo esprime, per come si comporta a seconda delle circostanze, e per quello che fa e l'impegno che ci mette, nonostante i risultati.
Non per cosa indossa. Non per chi conosce. Non per i luoghi che frequenta.
Detesto Grom perchè rende classista anche il gelato, e questo mi fa proprio incazzare.
saluti
Il mondo di Grom: il mercoledì pomeriggio, in una strada trafficata del centro città, una persona colta dagli strascichi d'arsura dei primi di settembre, si ritrova di fronte a una rinomata e lodata gelateria. Più che per la scarsità di botteghe simili in zona che per la fama del posto, costei sale a malapena il gradino che delimita il maciapiede inquinato dall'ingresso giallo e luminoso del negozio. Di fronte a lei si staglia una fila di dieci, dodici persone disordinatamente in coda. Subito deduce che, se c'è tanta gente, allora vorrà dire che ne vale veramente la pena. Perchè perdere tempo è un peccato giustificabile solo se ripagato da un piacere d'intensità pari o superiore. E sebbene le unità di misura siano diverse, ognuno di noi butta ore al vento crogiolandosi in qualche vizio: sesso, cibo, shopping, ozio (l'elenco è infinito dai feticisti delle scarpe ai maniaci per i modellini).
Ma qualcosa non torna: dietro il bancone tre ragazzi e una ragazza tutti intenti a servire gelati. La cassa, vuota. Il tempo passa e la gente comincia a spazientirsi, qualcuno abbandona. La nostra incredula cliente è ormai a metà coda: come in tutte le cose, mollare adesso sarebbe sciocco. L'attesa è insopportabile, e si chiede come mai quei baldi giovini non si ripartiscano i compiti: uno fisso alla cassa e tre a servir coni e coppette.
Molto infastidita giunge alla meta, ma il ragazzo che dovrebbe servirla è ancora perso dietro le richieste della cliente precedente. Con il fumo alle orecchie comincia a mettere i soldi della sua coppetta sul piattino, giusto per accelerare. Finalmente giunge, con serafica e altezzosa espressione, il ragazzo che la deve servire. E' la resa dei conti: ordina la coppetta, i gusti e poi, seguendolo al banco, lancia la domanda che tutti, in quella manciata di freddi metri quadrati, si stanno ponendo: "Scusi, se posso, come mai non c'è una persona che rimanga fissa in cassa e altre che servano i gelati? In questo modo forse si velocizzerebbe il tutto.".
Pinguini nel locale: il ragazzo che a occhio e croce ha appena vent'anni, la guarda altero e schifato ma pronto a fare un atto di carità rispondendo alla ragazza. "No, signora, vede la nostra politica è quella di seguire il cliente in tutta la fase di acquisto del gelato. Io prendo il suo ordine, io amalgamo il gelato ogni volta......perchè vede è tutto fatto con ingredienti naturali e per renderlo morbido e cremoso devo amalgamarlo con la spatola di continuo. Io le servo il gelato in tutto e per tutto e lei non viene sballottata da una persona all'altra come se fosse una persona qualunque. Noi ci prendiamo cura del cliente!" conclude il provetto oratore. La nostra malcapitata afferra quella cazzo do coppetta, sforza un sorriso falsissimo, esordisce con un conciliante "Ah, bè effettivamente, non ci avevo pensato, bravi!" e se ne va, tra gli sguardi attoniti delle persone che stentano a credere alle parole appena udite.
Venti minuti per un gelato a Milano sembra una bestemmia, un crimine, una leggenda metropolitana. Senza contare che il gelato sarà anche naturale ma di sopraffino ha ben poco, soprattutto considerando il prezzo e la quantità; un difetto su tutti: le creme hanno tutte lo stesso sapore.
Per carità, proprio io non sono tipo da fast food o roba industriale: bando al gelato gusto puffo (dolce memoria della mia infanzia), poichè a una certa età cominci a capire che buttar giù coloranti e schifezze non sia il massimo della salute. Sono persona che si diletta in cucina: nella pasta ripiena e nelle torte so cosa ci ficco e me ne sto tranquilla. Altrove, porgo attenzione a cosa mi si propina.
Tuttavia, a parità di "freschezza", preferisco di gran lunga i prodotti della gelateria Marghera, nell'omonima via, dove il prezzo è inferiore, la fama è simile e il gusto nettamente superiore. O ancora, spostandoci fuori Milano, rimane imbattuto il binomio qualità-prezzo della gelateria Panna e Cioccolato di Riccione: rosa di gusti non ampissima, ma delicatezza e sapore unici a prezzi che in città te li sogni (anche lì è tutto naturale, anche lì gli inservienti sono tenuti ad amalgamare continuamente i composti, ma la fila scorre veloce nonstante la clientela numerosa).
Quello che si legge sul sito di Grom è tutta una lunga tiritera sui due fondatori Guido Martinetti e Federico Grom alla ricerca delle migliori materie prime. Bisogna, aggiungo io, saperle poi anche utilizzare però: un gelato può avere la più pregiata varietà di nocciole delle Langhe, ma se è mantecato male ti ritrovi i pezzi di ghiaccio in bocca. La filosofia dei due giovani imprenditori ammette da subito l'inghippo della lentezza ma la rigira come se fosse un vantaggio; cito testualmente "..code di 15-20 metri davanti alla gelateria e sorrisi entusiasti .." mi sembrano due cose naturalmente inconciliabili. Una minaccia più che una virtù.
Che qualcuno vada a spiegare a quei due spumeggianti torinesi che la specializzazione è un principio economico testato e promosso da qualsiasi azienda di successo. Che "seguire il cliente in tutta la fase d'acquisto" comporta non solo rallentare la vendita (con conseguente perdita di clienti), ma anche avere del personale scarso in tutte le sue fuzioni poichè non gli viene lasciato il tempo di specializzarsi in un unico compito (a alcuni suonerà familiare). Che, si, la catena di montaggio è un concetto che funziona!
Il testo poi termina con una frase a dir poco stucchevole "La nostra vera gioia? Un bambino che sorride mentre mangia un gelato Grom.", che teneri! Ma voi avete mai visto un bambino che piange mentre mangia un gelato?
Eppure, nonostante la lentezza, nonostante i prezzi alti a fronte di quantità scarsa e dubbio gusto, le gelaterie Grom spuntano come funghi. E non posso fare a meno di domandarmi il perchè. La risposta temo sia sempre la stessa.
Le gelaterie, come i ristoranti di questo tipo, fanno leva sui loro "tratti distintivi": ricercato, personalizzato, unico, facendo così del semplice gelato un bene di lusso (esiste addiritttura la Gromcard!). E' triste constatare che il solo fatto di essere "unici" attiri una così vasta clientela: il concetto è "mi distinguo perchè io il gelato lo prendo da Grom (posto fighetto e costoso)".
Io continuo a sostenere che una persona si distingua per quello che pensa e come lo esprime, per come si comporta a seconda delle circostanze, e per quello che fa e l'impegno che ci mette, nonostante i risultati.
Non per cosa indossa. Non per chi conosce. Non per i luoghi che frequenta.
Detesto Grom perchè rende classista anche il gelato, e questo mi fa proprio incazzare.
saluti
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