Era una serata calda, soffocante, ancora un filo di luce in cortile. Rosa sparecchiava con aria rassegnata. Briciole sparse sulla tovaglia di tela cerata. Solo il gracchiare della televisione rompeva il silenzio.
Sotto quell'aria pesante, incurante del suo disagio, Nicola, dopo un sorso di vino s'asciugò gli angoli della bocca con la mano e si rivolse a Rosa con tono ironicamente beffardo:
"Niente t'impedisce di andartene. Se non ti sto bene, sei libera."
"Ipocrita che sei. Perchè dovrei essere solo io a lasciare il gioco e la partita?"
"Non c'è partita. Le carte migliori si sono bruciate i primi anni e adesso sappiamo solo bluffare."
"Lo ammetti ma non vuoi reagire! Se me ne vado sembrerà che la colpa sia mia, che sia io che voglio rovinare tutto."
"Ma lo fai, lo stai facendo tutt'ora. Stai abbattendo il nostro matrimonio piano piano. Siamo sposati, abbiamo una casa e io ho un lavoro che ci da da mangiare, mi dici di cosa ti lamenti?"
"Siamo diversi. Non ci capiamo, non ci parliamo, siamo come due estranei sotto lo stesso tetto!"
"E allora? Nessuno ci biasimerà mai per questo, finchè resta tra queste mura."
Rosa sperava che lui ammettesse che era finita, che non si amavano più, che per quanto fosse triste e dolorosa la separazione per loro e per le due famiglie, era una soluzione necessaria.
Solo per questo gliene aveva parlato. Ormai erano fin troppo evidenti i silenzi, le assenze, i muti litigi. Quel mucchietto di incomprensioni continue che si accantonavano con codarda abitudine era diventato via, via sempre più grande. C'era una montagna in salotto e nessuno ne parlava.
Per questo l'aveva affrontato quella sera, chiedendogli la separazione consensuale: perchè ormai non si poteva più fingere che non ci fosse.
Invece constatava amaramente quanto a lui mancassero le palle, quanta enfasi mettesse nello stringersi la benda sugli occhi per non vedere l'infelicità della moglie, quanto le apparenze e la sua fittizia stabilità fossero prioritarie rispetto a un sincero affetto fra loro.
La cucina rassettata. In sala, con Nicola a vedere la partita, suo fratello Vittorio. Rosa in cortile, cellulare in mano. Scorse tutti i numeri della rubrica, a ognuno scrollava il capo. Smise e lo fece scivolare nella tasca del grembiule.
Chi poteva chiamare? Nessuno. Nessuno l'avrebbe capita, chiunque le avrebbe detto di desistere, che tanto il matrimonio era così e che bisognava farci l'abitudine, pensando alla famiglia, a fare presto qualche bambino di cui occuparsi, sul quale riversare tutte le proprie attenzioni e, pensava lei, le proprie frustrazioni. Sua madre poi, non avrebbe mai accettato una cosa del genere, lei che aveva sopportato un marito manesco per quarant'anni e che ora lo curava con una dedizione incredibile, priva di ogni ombra di giustificabile rancore.
Se l'avesse lasciato lei, avrebbe avuto tutta la famiglia contro, la sua e anche quella di Nicola, l'avrebbero chiamata "puttana" accusandola di chissà quali infedeltà, ne avrebbero parlato tutti in paese, in continuazione, malignamente, domandandosi perchè avesse abbandonato un uomo mite, lavoratore, senza particolari slanci ma di buona famiglia e con una casa di proprietà.
L'avrebbero definita matta, non sarebbe riuscita a attaversare piazza San Sebastiano senza avvertire gli sguardi degli altri. Avrebbe dovuto trovarsi una casa in affitto, perchè mai i suoi l'avrebbero riaccolta. Avrebbe dovuto trovarsi un lavoro, perchè da quando si era sposata aveva lasciato il suo posto di cassiera. Ma chi l'avrebbe assunta adesso che il direttore dell'emporio era il cognato di suo suocero? Avrebbe dovuto lasciare il paese, ma per andare dove? Quale parente l'avrebbe ospitata?
In un borgo di mille anime, se segui le regole sei protetto, se le infrangi vieni abbandonato, escluso, ignorato. Solo come in un deserto, circondato solo dagli avvoltoi.
Però non poteva neanche rimanere lì con lui. Nicola era una brava persona, nessuno lo poteva negare, ma con lei non esisteva: usciva la mattina e tornava la sera, cenava con lei senza parlare, poi guardava la televisione oppure andava col fratello al bar in paese. Il sabato s'occupava dell'orto di casa e la domenica andava a trovare i genitori. I primi anni non era così, fecevano lunghe gite in campagna, al primo caldo andavano al mare, passavano le serate a raccontarsi i loro progetti e a fare l'amore dolcemente. I primi anni erano contenti.
Poi lui morì. Il corpo e la voce erano sempre gli stessi, ma il suo sguardo si spense. Almeno con lei. Rosa era diventata una consuetudine di cui non era necessario accorgersi.
Rosa si era trasformata in un appendi chiavi per lui. Un gancino fissato al muro al quale appendere le chiavi la sera e dal quale riprendersele la mattina. Una banalità, una cosa piccola e insignificante che non dia fastidio ma che sia solo funzionale.
Rosa aveva ancora tanta voglia di fare, tanto amore da dare e soprattutto tanto rispetto da mostrare a sè stessa.
Era una serata fresca e ventilata. Solo dopo aver attraversato il cortile Nicola si rese conto che le luci di casa erano spente. Tra il vetro e l'infisso della porta un biglietto piegato a metà che aprì frettolosamente: "Stammi bene Nicola. Ciao.". Sollevò il capo dal foglio e s'affrettò a aprire la porta, accese la luce: fermo, impietrito di fronte alla sua casa spoglia del calore a cui ormai non badava più da tempo ma di cui adesso sentiva una terribile mancanza. A fargli compagnia, solo il ronzio del frigorifero. Spostò la mano contro il muro al solito posto e "ciac"!
Il treno andava veloce e la portava verso nord, chissà dove. Una grossa valigia sul ripiano sopra la testa, la sua terra che scorreva nostalgicamente dal finestrino, e un gancetto nella tasca dell giacca. Un gancetto che valeva la sua libertà.
saluti
giovedì 23 aprile 2009
martedì 21 aprile 2009
toothpaste
Guance in fiamme. E non solo quelle.
Progetti, intenzioni, una miriade di piccoli falò che ardono nel petto.
Sarà che sto leggendo tanto, sarà che leggere tanto mi fa pensare troppo e che pensare troppo mi porta dritta, dritta verso occasioni future che non so nemmeno se poi vivrò.
Fatto sta che oggi è stato tutto uno statico fermento.
E mi riconfermo principessa dell'ossimoro.
La lista è lunga e le voci da spuntare tante. Quanto al riuscire nella spuntatura, aleggia un forte dubbio.
Rimane come punto prioritario, il solito cruccio di sempre. La preparazione richiede tempi lunghi, tanta dedizione e un costante impegno, nonchè il coraggio necessario per allontanare i momenti di scoramento, ogni volta più frequenti di quanto possa mai prevedere.
Secondi nella lista a pari merito gli obiettivi pratici e quelli sentimentali, ai quali dedicarsi con rinnovato zelo. Si trovano leggermente in vantaggio i primi, ma solo per una questione d'urgenza dovuta a imminente scadenza. I secondi rimangono una costante, anche se è ormai comprovato che l'eventuale profitto negli altri campi giovi indiscutibilmente a quest'ultimo, magari riducendo la quantità del tempo speso assieme, ma innalzandone esponenzialmente la qualità.
Secondi nella lista a pari merito gli obiettivi pratici e quelli sentimentali, ai quali dedicarsi con rinnovato zelo. Si trovano leggermente in vantaggio i primi, ma solo per una questione d'urgenza dovuta a imminente scadenza. I secondi rimangono una costante, anche se è ormai comprovato che l'eventuale profitto negli altri campi giovi indiscutibilmente a quest'ultimo, magari riducendo la quantità del tempo speso assieme, ma innalzandone esponenzialmente la qualità.
All'altra estremità del podio, ecco l'ultima bega a presentarsi in ordine di tempo, un piccolo ma fastidioso problema di salute che temo non si risolva tanto in fretta, e che rischia di compromettere non la riuscita, ma anche solo il tentativo di approcciare i punti sopracitati.
Seguono i progetti filantropici, la programmazione di una serie di spostamenti da definire in fretta, la necessità di auto finanziarmi, il dovere di affrontare i dubbi suoi e quelli miei, il desiderio di concludere al più presto i preparativi per un piccolo regalo, confezionato con tanto, tantissimo affetto.
In tutto questo, una colonna sonora, per me inusuale, ma dai testi pieni di messaggi.
Un post che non si capisce, per chiunque non sia me, una lista di cose da fare criptata, come ai bei tempi. Mi beo del fatto che queste poche righe passeranno inosservate, come quelle meno recenti.
Il mio spazzolino che litiga col suo, lui risponde arrabbiato.
Il mio spazzolino che litiga col suo, lui risponde arrabbiato.
S'accapigliano per un po', ma poi si stancano di litigare, allora fanno la pace e si danno un bacio.
L'essenziale sarà invisibile agli occhi, ma anche ciò che è visibile può avere una sua essenza. Basta trovargliela e tirarla fuori.
saluti
martedì 14 aprile 2009
voilà le printemps
L'attività del blog rallenta inesorabilmente.
Prima parlavo meno e scirvevo di più. Ora parlo di più e scrivo meno.
Un sollievo per gli occhi di chi mi legge e una pena per le orecchie di chi mi ascolta. Ma non escludo inversioni di rotta.
Berlino è stata bellissima e non vedo l'ora di tornarci, anzi, lancio pubblicamente a tutti coloro che passano di qui la proprosta di organizzar(ci)si in gruppini, gruppetti o grupponi per il ponte del due giugno (perchè si, miei cari, c'è un ponte dalla sera di venerdì 29 maggio alla sera di martedì 2 giugno). Berlino m'è piaciuta perchè è una città grande, ben organizzata, con l'aria pulita, piena d'arte e di divertimenti. Una città spaziosa e comoda (sembra una frase da tradurre delle vecchie esercitazioni "hirokute benri machi da", ndr). Con gente simpatica.
Pasqua è andata e pasquetta pure. Sabato un matrimonio e poi una settimana di fuoco.
Come il progetto "fiammifero", come le pagine che sto leggendo, come queste foglie verdi che ti tolgono ogni cruccio e lasciano scivolare un sorriso sul viso.
Ebbene, c'è da dire che......c'è da fare, tanto da fare, tanta fretta e poco tempo.
E la leggera euforia di ascoltare Jimmy Cliff.
saluti
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