Stavo pensando alla musica.
E più ci pensavo, più tornavo indietro negli anni, nei giorni, nei corridoi delle scuole frequentate, più cresceva la convinzione che è tutto. Che la musica, per me è come l'aria.
L'ascolto prima di andare a dormire e appena alzata, quando sono in bici, in auto, davanti al computer, mentre cucino, mentre pulisco la casa, sotto la doccia e a volte, quando faccio l'amore.
Non c'è un momento della giornata, escluso il sonno, in cui non metterei della musica, attraverserei i generi più disparati per accompagnare, nel modo migliore, i miei stati d'animo.
Ascolto tutto, ma tengo presente solo ciò che mi piace davvero.
Questo, forse, l'ho già detto.
Ieri però, mi è capitata una cosa strana: aver quasi paura di ascoltare un brano.
E' cominciato, ho riconosciuto le note e ......, tuffo nel passato: anni novanta.
Volevo mandare avanti, ma un desiderio fremente di scaldarmi il cuore e bagnare gli occhi l'ha lasciato suonare. Guardi un punto e ti assenti momentaneamente dal mondo reale, ripiombi nei tuoi ricordi. Ti rivedi com'eri, come ti comportavi, come pensavi. Cazzo, un'altra persona!
Adolescente, sfigata(......), idealista, sveglia, ambiziosa, timida, paurosa, determinata, senza maschere, senza corazze, buona.
Non facevi parte del gruppo delle fighe col tipo, e ti sembrava di venire da un altro pianeta. Fuori dalla scuola, loro sul retro del motorino del fidanzato, tu con lo zaino pesante verso la fermata dell'autobus. I pomeriggi, loro a provarsi scarpe e vestiti, tu a studiare e leggere fumetti. E poi i giri a piedi per la città, per la tua adorata città, in cui potevi perderti, a guardar su, "sulla testa un po' di sole e in bocca una canzone".
Ritorno al presente, mi stropiccio gli occhi umidi.
Parte un'altro brano e mi viene in mente una situazione più recente e meno nostalgica, meno densa di significati. Potrei scandire gli anni con le note.
La materia sonora da un ritmo ai ricordi, i ricordi rievocano le emozioni e risvegliano il pensiero, il pensiero fa confronti e trae conclusioni.
E la conclusione è che rifarei tutto, anche gli errori, tutto. Forse mi permetterei d'incazzarmi un po' di più perchè, ora so, avevo ragione io.
saluti
martedì 24 marzo 2009
venerdì 13 marzo 2009
black out
Comincia che neanche te ne accorgi.
Quando ancora non ci ero capitata, ne sentivo parlare sui giornali, alla televisione come di un’epidemia, casi che spuntavano come funghi.
Indefinibile di per sé. Una malattia? Un disturbo? Oppure una serie di sintomi riconducibili a altre patologie? Di sicuro, strettamente correlato allo stress. Di certo, un disagio molto à la page.
Io, scettica e diffidente dalla culla, ho sempre guardato con disprezzo chi dichiarava di soffrirne: mediocri femminucce desiderose di attenzioni che con astuzia colgono al balzo l’ultimo ritrovato dello psicologo da palinsesto. Insulse donnette che lamentano a destra e a manca quel senso d’impotenza che le blocca e le porta a temere ogni cosa.
Per me, tutte scuse. Ognuno attraversa momenti di difficoltà, ognuno si sente oppresso, chi raramente, chi saltuariamente e chi, invece, costantemente. Ma non per questo si ricorre all’escamotage della crisi “Oddio, oddio, sto male, ho paura, aiuto!”. Che tristezza, che personcine piccole piccole, che infima e vergognosa debolezza e inadeguatezza alle difficoltà del quotidiano addirittura sfoggiata e universalmente compatita. Interi articoli, persino libri dedicati a cosa? Al nulla, a un tema che di fatto non esiste. Che tristezza chi si compiange, che idiozia chi li supporta.
Pensavo.
Eppure, la prima volta è stata una botta.
Venticinque gennaio, notte, casa mia. Appena tornata da un matrimonio, lavo i denti, metto il pigiama, ma ancora non mi sento di dormire. Accendo la televisione in salotto, mi stendo sul divano e, lentamente, mi assopisco. Una situazione di totale sicurezza e tranquillità.
Circa un’ora dopo mi sveglio, vedo una chiamata persa sul cellulare, Federico. Una circostanza normale, il consueto messaggio o chiamata della buonanotte.
Mi giro sul divano, mi metto seduta e comincia che neanche me ne accorgo.
La stanza rimane la stessa, ma inizia a assumere i caratteri di un luogo ostile, di un posto nel quale non sono al sicuro, dove sento che sta per succedere qualcosa di spiacevole.
La prima cosa che noto è il battito che aumenta, come in una canzone di raf. Un dolore in mezzo al petto che pian piano cresce. Riconosco subito la mia tachicardia, quella a cui sono abituata da sempre, anche se immotivata in un simile momento.
Guardo lo schermo ancora acceso, cambio canale, cerco qualcosa che attiri la mia attenzione o che, quantomeno, la distolga da questa condizione d’ansia. Niente.
Mi alzo, vado in cucina, verso un po’ d’acqua fresca in un bicchiere e butto giù due sorsate. Sento il cuore che scoppia. Comincio a respirare a fatica. Sta velocemente montando da solo.
Apro la finestra, sento sul viso l’aria fredda di una qualsiasi sera d’inverno, ma non riesco a inalarla. Il respiro si fa sempre più concitato. Mi gira la testa, non so più dove guardare, le gambe e le mani tremano. E’ il momento in cui perdo il controllo.
La cosa che ricordo nitidamente è il pensiero dominante di quegli istanti: sono sola in casa, nessuno può aiutarmi, sto per avere un infarto, sto per morire, aiuto. E’ la paura incondizionata che vince sulla ragione. Gli scherzi della mente.
Mi viene da urlare per lo spavento ma so che se lo faccio è la fine. Se urlo vengo sopraffatta dal terrore e, che ne so (?), rischio di finire a terra svenuta. La mia conoscenza circa ciò che sta accadendo è pressoché nulla. Guardo intorno, assetata di qualcosa che mi dia conforto. Ma ormai sono in preda a lui.
Afferro il telefono e chiamo il fidanzato al quale, con grande difficoltà, spiego la situazione. Infilo le scarpe e il primo paio di pantaloni che trovo, lasciandolo appaiato con la felpa del pigiama. Devo uscire di casa, devo andarmene subito.
Commetto un grande errore salendo in macchina: mi avvicino prima a chi mi vuole bene, ma la lucidità per guidare è scarsa. Me ne rendo conto all’altezza della circonvallazione, quando avverto per la prima volta uno stranissimo formicolio alle guance che rapidamente sale agli occhi e poi al capo. Penso “Adesso mi si chiudono gli occhi e vado a sbattere”.
Ma forse, anche grazie al fatto di essere ancora in comunicazione col fidanzato che mi chiede di parlargli e di descrivergli dove mi trovo, a sbattere (ancora) non ci vado. Giungo infatti da lui, il quale mi sta aspettando in strada e mi accompagna all’ospedale.
Durante il tragitto, il respiro si fa talmente affannoso che non capisco più niente, sento la testa pesante e le orecchie che fischiano. Sull’orlo di un delirio autoindotto.
Arrivo in ospedale e in un italiano approssimativo illustro i miei sintomi (anche se già ben visibili) all’infermiera di guardia. Il medico poi mi visita, mi somministra un calmante, attende che faccia effetto e mi dimette con la diagnosi più scontata: attacco di panico.
Torno a casa di Federico e resto da lui. Ancora un po’ scossa, ma è tutto passato.
Il giorno dopo, al telefono, racconto ciò che è successo a mia madre: se da un lato mi viene da piangere poiché nella narrazione rievoco uno spavento grandissimo e sconosciuto, dall’altro mi rattristo ulteriormente riconoscendo nella voce al ricevitore quella stessa freddezza e incredulità che riservavo a racconti simili prima di allora.
Anche adesso, riscrivendo dettagliatamente gli avvenimenti, non posso che sorridere in certi passaggi. Ma terrore di che? Ma ostile dove? Ma svenire per cosa? Ma poi perché? Non ce n’era motivo, tranquilla a casa, in un luogo conosciuto, in una situazione di serenità, lontana da condizioni di stress. Tutto quello spavento per niente, che stupida, che cretina, che deplorevole mancanza di autocontrollo. Ho fatto tutto da sola.
Pare che però non sia colpa mia. Pare che possa venire a chiunque, a qualsiasi età e in qualsiasi momento. E pare che non sia un fenomeno recente, ma che solo recentemente siano iniziati gli studi dello stesso.
La spiegazione migliore che abbia sentito a riguardo è la seguente: improvvisamente, il cervello si auto convince di trovarsi in una situazione di pericolo e, di conseguenza, mette in moto tutti quei processi di difesa, come per esempio la paura e il panico, che spingano il soggetto a allontanarsi dal suddetto pericolo. Il problema sta nel fatto che, non sussistendo il pericolo reale, resta alquanto difficile stabilire quando lo si è rifuggito. Perciò così come ci si auto convince che esiste, bisogna attendere di “auto” realizzare che, di fatto, non esiste.
Mi sono vergognata molto dell’accaduto, mi sono scusata più e più volte con Federico per aver arrecato disturbo “per nulla”, mi sono sentita un’idiota per non essermi calmata da sola, per non avere avuto motivi per giustificare il mio comportamento.
Imbarazzo che ho provato nuovamente ieri sera, quando ci sono ricascata.
Sono in macchina e sento, d’un tratto, che comincia. Mi fermo, faccio lunghi respiri ma il cuore inizia a correre. Chiamo il solito poveraccio e gli chiedo di rimanere al telefono finchè non arrivo a casa. Dolore al petto. Timore di malore imminente.
Arrivo e mi metto sul letto, ma è peggio perché appena chiudo gli occhi mi gira la testa come se fossi ubriaca. Allora mi forzo a distrarmi, chiamo i miei ai quali però non accenno minimamente la cosa, data la loro natura contagiosamente ansiogena. Preparo delle verdure, le taglio fini fini, guardo un po’ di televisione, mi tengo in contatto col boyfriend che controlla l’evolversi della vicenda.
Mi tremano le gambe. Costringo il respiro a rimanere regolare: se parte quello siamo a posto. L’ansia va a ondate: nella tranquillità della mia cucina, mentre controllo la cottura del mio adorato cavolo cappuccio, riporto centocinque pulsazioni al minuto.
Lentamente, a più di tre ore dal suo inizio, diminuisce fino a svanire.
Gestirlo è possibile ma assai arduo. Sono fermamente convinta della forza della ragione su molti degli istinti umani, ma il panico sembra essere particolarmente attrezzato alla lotta. Di certo, la cosa che sconcerta di più è l’assoluta imprevedibilità della sua comparsa, nonché il fatto di essere indipendente da una qualche causa scatenante definita.
Cosa impari da tutto ciò? Riconfermi la necessità di evitare i giudizi affrettati sugli altri e di impiegare un pizzico di sensibilità in più per astrarre quelle cose che non vuoi comprendere perché ti sembrano troppo strane. Una volta a me, quell’altra a te, e poi chi lo sa.
I do stick to my guns. Gaman!
saluti
Quando ancora non ci ero capitata, ne sentivo parlare sui giornali, alla televisione come di un’epidemia, casi che spuntavano come funghi.
Indefinibile di per sé. Una malattia? Un disturbo? Oppure una serie di sintomi riconducibili a altre patologie? Di sicuro, strettamente correlato allo stress. Di certo, un disagio molto à la page.
Io, scettica e diffidente dalla culla, ho sempre guardato con disprezzo chi dichiarava di soffrirne: mediocri femminucce desiderose di attenzioni che con astuzia colgono al balzo l’ultimo ritrovato dello psicologo da palinsesto. Insulse donnette che lamentano a destra e a manca quel senso d’impotenza che le blocca e le porta a temere ogni cosa.
Per me, tutte scuse. Ognuno attraversa momenti di difficoltà, ognuno si sente oppresso, chi raramente, chi saltuariamente e chi, invece, costantemente. Ma non per questo si ricorre all’escamotage della crisi “Oddio, oddio, sto male, ho paura, aiuto!”. Che tristezza, che personcine piccole piccole, che infima e vergognosa debolezza e inadeguatezza alle difficoltà del quotidiano addirittura sfoggiata e universalmente compatita. Interi articoli, persino libri dedicati a cosa? Al nulla, a un tema che di fatto non esiste. Che tristezza chi si compiange, che idiozia chi li supporta.
Pensavo.
Eppure, la prima volta è stata una botta.
Venticinque gennaio, notte, casa mia. Appena tornata da un matrimonio, lavo i denti, metto il pigiama, ma ancora non mi sento di dormire. Accendo la televisione in salotto, mi stendo sul divano e, lentamente, mi assopisco. Una situazione di totale sicurezza e tranquillità.
Circa un’ora dopo mi sveglio, vedo una chiamata persa sul cellulare, Federico. Una circostanza normale, il consueto messaggio o chiamata della buonanotte.
Mi giro sul divano, mi metto seduta e comincia che neanche me ne accorgo.
La stanza rimane la stessa, ma inizia a assumere i caratteri di un luogo ostile, di un posto nel quale non sono al sicuro, dove sento che sta per succedere qualcosa di spiacevole.
La prima cosa che noto è il battito che aumenta, come in una canzone di raf. Un dolore in mezzo al petto che pian piano cresce. Riconosco subito la mia tachicardia, quella a cui sono abituata da sempre, anche se immotivata in un simile momento.
Guardo lo schermo ancora acceso, cambio canale, cerco qualcosa che attiri la mia attenzione o che, quantomeno, la distolga da questa condizione d’ansia. Niente.
Mi alzo, vado in cucina, verso un po’ d’acqua fresca in un bicchiere e butto giù due sorsate. Sento il cuore che scoppia. Comincio a respirare a fatica. Sta velocemente montando da solo.
Apro la finestra, sento sul viso l’aria fredda di una qualsiasi sera d’inverno, ma non riesco a inalarla. Il respiro si fa sempre più concitato. Mi gira la testa, non so più dove guardare, le gambe e le mani tremano. E’ il momento in cui perdo il controllo.
La cosa che ricordo nitidamente è il pensiero dominante di quegli istanti: sono sola in casa, nessuno può aiutarmi, sto per avere un infarto, sto per morire, aiuto. E’ la paura incondizionata che vince sulla ragione. Gli scherzi della mente.
Mi viene da urlare per lo spavento ma so che se lo faccio è la fine. Se urlo vengo sopraffatta dal terrore e, che ne so (?), rischio di finire a terra svenuta. La mia conoscenza circa ciò che sta accadendo è pressoché nulla. Guardo intorno, assetata di qualcosa che mi dia conforto. Ma ormai sono in preda a lui.
Afferro il telefono e chiamo il fidanzato al quale, con grande difficoltà, spiego la situazione. Infilo le scarpe e il primo paio di pantaloni che trovo, lasciandolo appaiato con la felpa del pigiama. Devo uscire di casa, devo andarmene subito.
Commetto un grande errore salendo in macchina: mi avvicino prima a chi mi vuole bene, ma la lucidità per guidare è scarsa. Me ne rendo conto all’altezza della circonvallazione, quando avverto per la prima volta uno stranissimo formicolio alle guance che rapidamente sale agli occhi e poi al capo. Penso “Adesso mi si chiudono gli occhi e vado a sbattere”.
Ma forse, anche grazie al fatto di essere ancora in comunicazione col fidanzato che mi chiede di parlargli e di descrivergli dove mi trovo, a sbattere (ancora) non ci vado. Giungo infatti da lui, il quale mi sta aspettando in strada e mi accompagna all’ospedale.
Durante il tragitto, il respiro si fa talmente affannoso che non capisco più niente, sento la testa pesante e le orecchie che fischiano. Sull’orlo di un delirio autoindotto.
Arrivo in ospedale e in un italiano approssimativo illustro i miei sintomi (anche se già ben visibili) all’infermiera di guardia. Il medico poi mi visita, mi somministra un calmante, attende che faccia effetto e mi dimette con la diagnosi più scontata: attacco di panico.
Torno a casa di Federico e resto da lui. Ancora un po’ scossa, ma è tutto passato.
Il giorno dopo, al telefono, racconto ciò che è successo a mia madre: se da un lato mi viene da piangere poiché nella narrazione rievoco uno spavento grandissimo e sconosciuto, dall’altro mi rattristo ulteriormente riconoscendo nella voce al ricevitore quella stessa freddezza e incredulità che riservavo a racconti simili prima di allora.
Anche adesso, riscrivendo dettagliatamente gli avvenimenti, non posso che sorridere in certi passaggi. Ma terrore di che? Ma ostile dove? Ma svenire per cosa? Ma poi perché? Non ce n’era motivo, tranquilla a casa, in un luogo conosciuto, in una situazione di serenità, lontana da condizioni di stress. Tutto quello spavento per niente, che stupida, che cretina, che deplorevole mancanza di autocontrollo. Ho fatto tutto da sola.
Pare che però non sia colpa mia. Pare che possa venire a chiunque, a qualsiasi età e in qualsiasi momento. E pare che non sia un fenomeno recente, ma che solo recentemente siano iniziati gli studi dello stesso.
La spiegazione migliore che abbia sentito a riguardo è la seguente: improvvisamente, il cervello si auto convince di trovarsi in una situazione di pericolo e, di conseguenza, mette in moto tutti quei processi di difesa, come per esempio la paura e il panico, che spingano il soggetto a allontanarsi dal suddetto pericolo. Il problema sta nel fatto che, non sussistendo il pericolo reale, resta alquanto difficile stabilire quando lo si è rifuggito. Perciò così come ci si auto convince che esiste, bisogna attendere di “auto” realizzare che, di fatto, non esiste.
Mi sono vergognata molto dell’accaduto, mi sono scusata più e più volte con Federico per aver arrecato disturbo “per nulla”, mi sono sentita un’idiota per non essermi calmata da sola, per non avere avuto motivi per giustificare il mio comportamento.
Imbarazzo che ho provato nuovamente ieri sera, quando ci sono ricascata.
Sono in macchina e sento, d’un tratto, che comincia. Mi fermo, faccio lunghi respiri ma il cuore inizia a correre. Chiamo il solito poveraccio e gli chiedo di rimanere al telefono finchè non arrivo a casa. Dolore al petto. Timore di malore imminente.
Arrivo e mi metto sul letto, ma è peggio perché appena chiudo gli occhi mi gira la testa come se fossi ubriaca. Allora mi forzo a distrarmi, chiamo i miei ai quali però non accenno minimamente la cosa, data la loro natura contagiosamente ansiogena. Preparo delle verdure, le taglio fini fini, guardo un po’ di televisione, mi tengo in contatto col boyfriend che controlla l’evolversi della vicenda.
Mi tremano le gambe. Costringo il respiro a rimanere regolare: se parte quello siamo a posto. L’ansia va a ondate: nella tranquillità della mia cucina, mentre controllo la cottura del mio adorato cavolo cappuccio, riporto centocinque pulsazioni al minuto.
Lentamente, a più di tre ore dal suo inizio, diminuisce fino a svanire.
Gestirlo è possibile ma assai arduo. Sono fermamente convinta della forza della ragione su molti degli istinti umani, ma il panico sembra essere particolarmente attrezzato alla lotta. Di certo, la cosa che sconcerta di più è l’assoluta imprevedibilità della sua comparsa, nonché il fatto di essere indipendente da una qualche causa scatenante definita.
Cosa impari da tutto ciò? Riconfermi la necessità di evitare i giudizi affrettati sugli altri e di impiegare un pizzico di sensibilità in più per astrarre quelle cose che non vuoi comprendere perché ti sembrano troppo strane. Una volta a me, quell’altra a te, e poi chi lo sa.
I do stick to my guns. Gaman!
saluti
martedì 10 marzo 2009
postit
"Ciao 'amore',
volevo dirti solo che sto partendo e che non so quando torno. Forse non torno, ma se lo farò sarò cambiata e allora non ci sarà più quel che c'è adesso.
Volevo dirti che mi allontano, in fretta e furia, perchè ne sento la necessità, perchè dopo milioni di anni e secoli, non voglio tornare a essere una tua costola, anche se lì, accanto al cuore, stavo comoda, al caldo e al sicuro.
Volevo ricordarti l'immagine dei nostri baci vista da lontano, come istantanee piene di storie da raccontare, perchè ora che le hai in testa tu sappia che dalla mia non scapperanno mai.
Volevo rovinare questa mia calligrafia con la goccia di una lacrima, ma l'ho asciugata prima che cadesse, e adesso sua sorella corre sulla guancia per compiere l'impresa.
Volevo accartocciare questo foglio nella mia mano per nascondertelo, una volta rincasato prima, cancellando con un "ciao" questa voragine che non vedi. Ma non sei tornato.
La vita è fatta di priorità e ciò che scegli di mettere prima fa da asso pigliatutto. A me sono rimaste le briciole, e non riescono proprio a bastarmi.
La vita è fatta di coincidenze, e se scendendo le scale incontro il tuo volto prima di uscire, rischio di non cogliere questa, di smarrire il coraggio, traviato dal romanticismo, e di disfare i bagagli per l'ennesima volta.
Volevo dirti che ho rifatto il letto e bagnato le piante, riposto la birra in frigo e lasciato le chiavi al portiere. Piccole cose che renderanno più accogliente e sicura questa casa, dal momento in cui leggerai, a quando, con questa stessa penna, scriverai messaggi dolci alla nuova padrona di casa. I corpi nudi che camminano, le cene con gli amici, le liti furibonde come quelli silenti, l'amore fatto anche sul tavolo, queste mura hanno spiato tutto di noi e, ovunque saremo, divisi e lontani, noi siamo qui.
Volevo infine baciarti, per l'ultima volta, stringerti forte, come se dovessi fonderti col mio petto, guardarti negli occhi, notando una soluzione prima nascosta, lì accanto all'iride. Respirarti.
Volevo dirti tutto, ma tutto per me sei tu e non essendo così anche per te ti dico solo ciao."
saluti
volevo dirti solo che sto partendo e che non so quando torno. Forse non torno, ma se lo farò sarò cambiata e allora non ci sarà più quel che c'è adesso.
Volevo dirti che mi allontano, in fretta e furia, perchè ne sento la necessità, perchè dopo milioni di anni e secoli, non voglio tornare a essere una tua costola, anche se lì, accanto al cuore, stavo comoda, al caldo e al sicuro.
Volevo ricordarti l'immagine dei nostri baci vista da lontano, come istantanee piene di storie da raccontare, perchè ora che le hai in testa tu sappia che dalla mia non scapperanno mai.
Volevo rovinare questa mia calligrafia con la goccia di una lacrima, ma l'ho asciugata prima che cadesse, e adesso sua sorella corre sulla guancia per compiere l'impresa.
Volevo accartocciare questo foglio nella mia mano per nascondertelo, una volta rincasato prima, cancellando con un "ciao" questa voragine che non vedi. Ma non sei tornato.
La vita è fatta di priorità e ciò che scegli di mettere prima fa da asso pigliatutto. A me sono rimaste le briciole, e non riescono proprio a bastarmi.
La vita è fatta di coincidenze, e se scendendo le scale incontro il tuo volto prima di uscire, rischio di non cogliere questa, di smarrire il coraggio, traviato dal romanticismo, e di disfare i bagagli per l'ennesima volta.
Volevo dirti che ho rifatto il letto e bagnato le piante, riposto la birra in frigo e lasciato le chiavi al portiere. Piccole cose che renderanno più accogliente e sicura questa casa, dal momento in cui leggerai, a quando, con questa stessa penna, scriverai messaggi dolci alla nuova padrona di casa. I corpi nudi che camminano, le cene con gli amici, le liti furibonde come quelli silenti, l'amore fatto anche sul tavolo, queste mura hanno spiato tutto di noi e, ovunque saremo, divisi e lontani, noi siamo qui.
Volevo infine baciarti, per l'ultima volta, stringerti forte, come se dovessi fonderti col mio petto, guardarti negli occhi, notando una soluzione prima nascosta, lì accanto all'iride. Respirarti.
Volevo dirti tutto, ma tutto per me sei tu e non essendo così anche per te ti dico solo ciao."
saluti
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