venerdì 13 marzo 2009

black out

Comincia che neanche te ne accorgi.
Quando ancora non ci ero capitata, ne sentivo parlare sui giornali, alla televisione come di un’epidemia, casi che spuntavano come funghi.
Indefinibile di per sé. Una malattia? Un disturbo? Oppure una serie di sintomi riconducibili a altre patologie? Di sicuro, strettamente correlato allo stress. Di certo, un disagio molto à la page.
Io, scettica e diffidente dalla culla, ho sempre guardato con disprezzo chi dichiarava di soffrirne: mediocri femminucce desiderose di attenzioni che con astuzia colgono al balzo l’ultimo ritrovato dello psicologo da palinsesto. Insulse donnette che lamentano a destra e a manca quel senso d’impotenza che le blocca e le porta a temere ogni cosa.
Per me, tutte scuse. Ognuno attraversa momenti di difficoltà, ognuno si sente oppresso, chi raramente, chi saltuariamente e chi, invece, costantemente. Ma non per questo si ricorre all’escamotage della crisi “Oddio, oddio, sto male, ho paura, aiuto!”. Che tristezza, che personcine piccole piccole, che infima e vergognosa debolezza e inadeguatezza alle difficoltà del quotidiano addirittura sfoggiata e universalmente compatita. Interi articoli, persino libri dedicati a cosa? Al nulla, a un tema che di fatto non esiste. Che tristezza chi si compiange, che idiozia chi li supporta.
Pensavo.
Eppure, la prima volta è stata una botta.
Venticinque gennaio, notte, casa mia. Appena tornata da un matrimonio, lavo i denti, metto il pigiama, ma ancora non mi sento di dormire. Accendo la televisione in salotto, mi stendo sul divano e, lentamente, mi assopisco. Una situazione di totale sicurezza e tranquillità.
Circa un’ora dopo mi sveglio, vedo una chiamata persa sul cellulare, Federico. Una circostanza normale, il consueto messaggio o chiamata della buonanotte.
Mi giro sul divano, mi metto seduta e comincia che neanche me ne accorgo.
La stanza rimane la stessa, ma inizia a assumere i caratteri di un luogo ostile, di un posto nel quale non sono al sicuro, dove sento che sta per succedere qualcosa di spiacevole.
La prima cosa che noto è il battito che aumenta, come in una canzone di raf. Un dolore in mezzo al petto che pian piano cresce. Riconosco subito la mia tachicardia, quella a cui sono abituata da sempre, anche se immotivata in un simile momento.
Guardo lo schermo ancora acceso, cambio canale, cerco qualcosa che attiri la mia attenzione o che, quantomeno, la distolga da questa condizione d’ansia. Niente.
Mi alzo, vado in cucina, verso un po’ d’acqua fresca in un bicchiere e butto giù due sorsate. Sento il cuore che scoppia. Comincio a respirare a fatica. Sta velocemente montando da solo.
Apro la finestra, sento sul viso l’aria fredda di una qualsiasi sera d’inverno, ma non riesco a inalarla. Il respiro si fa sempre più concitato. Mi gira la testa, non so più dove guardare, le gambe e le mani tremano. E’ il momento in cui perdo il controllo.
La cosa che ricordo nitidamente è il pensiero dominante di quegli istanti: sono sola in casa, nessuno può aiutarmi, sto per avere un infarto, sto per morire, aiuto. E’ la paura incondizionata che vince sulla ragione. Gli scherzi della mente.
Mi viene da urlare per lo spavento ma so che se lo faccio è la fine. Se urlo vengo sopraffatta dal terrore e, che ne so (?), rischio di finire a terra svenuta. La mia conoscenza circa ciò che sta accadendo è pressoché nulla. Guardo intorno, assetata di qualcosa che mi dia conforto. Ma ormai sono in preda a lui.
Afferro il telefono e chiamo il fidanzato al quale, con grande difficoltà, spiego la situazione. Infilo le scarpe e il primo paio di pantaloni che trovo, lasciandolo appaiato con la felpa del pigiama. Devo uscire di casa, devo andarmene subito.
Commetto un grande errore salendo in macchina: mi avvicino prima a chi mi vuole bene, ma la lucidità per guidare è scarsa. Me ne rendo conto all’altezza della circonvallazione, quando avverto per la prima volta uno stranissimo formicolio alle guance che rapidamente sale agli occhi e poi al capo. Penso “Adesso mi si chiudono gli occhi e vado a sbattere”.
Ma forse, anche grazie al fatto di essere ancora in comunicazione col fidanzato che mi chiede di parlargli e di descrivergli dove mi trovo, a sbattere (ancora) non ci vado. Giungo infatti da lui, il quale mi sta aspettando in strada e mi accompagna all’ospedale.
Durante il tragitto, il respiro si fa talmente affannoso che non capisco più niente, sento la testa pesante e le orecchie che fischiano. Sull’orlo di un delirio autoindotto.
Arrivo in ospedale e in un italiano approssimativo illustro i miei sintomi (anche se già ben visibili) all’infermiera di guardia. Il medico poi mi visita, mi somministra un calmante, attende che faccia effetto e mi dimette con la diagnosi più scontata: attacco di panico.
Torno a casa di Federico e resto da lui. Ancora un po’ scossa, ma è tutto passato.
Il giorno dopo, al telefono, racconto ciò che è successo a mia madre: se da un lato mi viene da piangere poiché nella narrazione rievoco uno spavento grandissimo e sconosciuto, dall’altro mi rattristo ulteriormente riconoscendo nella voce al ricevitore quella stessa freddezza e incredulità che riservavo a racconti simili prima di allora.
Anche adesso, riscrivendo dettagliatamente gli avvenimenti, non posso che sorridere in certi passaggi. Ma terrore di che? Ma ostile dove? Ma svenire per cosa? Ma poi perché? Non ce n’era motivo, tranquilla a casa, in un luogo conosciuto, in una situazione di serenità, lontana da condizioni di stress. Tutto quello spavento per niente, che stupida, che cretina, che deplorevole mancanza di autocontrollo. Ho fatto tutto da sola.
Pare che però non sia colpa mia. Pare che possa venire a chiunque, a qualsiasi età e in qualsiasi momento. E pare che non sia un fenomeno recente, ma che solo recentemente siano iniziati gli studi dello stesso.
La spiegazione migliore che abbia sentito a riguardo è la seguente: improvvisamente, il cervello si auto convince di trovarsi in una situazione di pericolo e, di conseguenza, mette in moto tutti quei processi di difesa, come per esempio la paura e il panico, che spingano il soggetto a allontanarsi dal suddetto pericolo. Il problema sta nel fatto che, non sussistendo il pericolo reale, resta alquanto difficile stabilire quando lo si è rifuggito. Perciò così come ci si auto convince che esiste, bisogna attendere di “auto” realizzare che, di fatto, non esiste.
Mi sono vergognata molto dell’accaduto, mi sono scusata più e più volte con Federico per aver arrecato disturbo “per nulla”, mi sono sentita un’idiota per non essermi calmata da sola, per non avere avuto motivi per giustificare il mio comportamento.
Imbarazzo che ho provato nuovamente ieri sera, quando ci sono ricascata.
Sono in macchina e sento, d’un tratto, che comincia. Mi fermo, faccio lunghi respiri ma il cuore inizia a correre. Chiamo il solito poveraccio e gli chiedo di rimanere al telefono finchè non arrivo a casa. Dolore al petto. Timore di malore imminente.
Arrivo e mi metto sul letto, ma è peggio perché appena chiudo gli occhi mi gira la testa come se fossi ubriaca. Allora mi forzo a distrarmi, chiamo i miei ai quali però non accenno minimamente la cosa, data la loro natura contagiosamente ansiogena. Preparo delle verdure, le taglio fini fini, guardo un po’ di televisione, mi tengo in contatto col boyfriend che controlla l’evolversi della vicenda.
Mi tremano le gambe. Costringo il respiro a rimanere regolare: se parte quello siamo a posto. L’ansia va a ondate: nella tranquillità della mia cucina, mentre controllo la cottura del mio adorato cavolo cappuccio, riporto centocinque pulsazioni al minuto.
Lentamente, a più di tre ore dal suo inizio, diminuisce fino a svanire.
Gestirlo è possibile ma assai arduo. Sono fermamente convinta della forza della ragione su molti degli istinti umani, ma il panico sembra essere particolarmente attrezzato alla lotta. Di certo, la cosa che sconcerta di più è l’assoluta imprevedibilità della sua comparsa, nonché il fatto di essere indipendente da una qualche causa scatenante definita.
Cosa impari da tutto ciò? Riconfermi la necessità di evitare i giudizi affrettati sugli altri e di impiegare un pizzico di sensibilità in più per astrarre quelle cose che non vuoi comprendere perché ti sembrano troppo strane. Una volta a me, quell’altra a te, e poi chi lo sa.
I do stick to my guns. Gaman!
saluti

2 commenti:

Asuka ha detto...

All'inizio pensavo che fosse uno dei tuoi racconti, e invece stavolta pare proprio di no... E' molto utile quello che hai detto, perché anche io come te tendo ad avere quell'opinione, a pensare che una testa ben allenata a funzionare sempre ti impedisce di cadere in certe trappole irrazionali, invece quando ti accorgi che capitano anche a persone assolutamente insospettabili e di cui ti fidi, allora capisci che devi andarci piano con le tue certezze scontate quando investono gli altri. Ti auguro che non ti ricapiti più, perché se la realtà è davvero come la tua efficacissima descrizione fa davvero paura!
Un bacione, e ricordati che appena mi libero vieni a fare na partita alla wii!!

seicaffè ha detto...

ah (sospiro), la wii.............. ho tentennato sul suo acquisto. la compro, non la compro, la compro, non la compro.
alla fine penso che non la comprerò e che mi godrò i 250 euro in pretzel (si scrive così?) birra e musei im Berlin.
la pantofola mi ha già detto che, causa vertigini,non vuole salire sulla torre della televisione a Alexanderplatz.
che noia. CHE NOIA!!!!!!
lo lascerò giù a abbordare qualche tedescona.
puah...... =.=
saluti