venerdì 6 novembre 2009

la forma sonora


Ieri mi è successa una cosa triste: una persona a cui tengo tanto mi ha causato un grande dispiacere. Una persona di cui mi fidavo ha tradito deliberatamente questa fiducia, mentendo anche di fronte all'evidenza, anche a fronte di una relazione stretta e protratta per lungo tempo.
"Sono molto delusa." ho pensato. Ma in realtà era ben più di quello.
Ripongo fiducia in tante persone che frequento quotidianamente, ma mantengo quel briciolo di diffidenza che mi rammenta il detto "errare humanum est". E così, nel peggiore dei casi, vengo delusa da un tradimento, chiudo il rapporto e azzero il mio rispetto verso chi non ha apprezzato il dono della mia mano tesa. Quella è una delusione, e dura il tempo di scordarmi il volto di chi me l'ha procurata.
Il mio caso è più complesso. Il legame è forte, fortissimo. E la mia adorazione antica. Tanti gli scontri, ma anche tanto l'affetto e soprattutto la stima. Commozione, ogni volta che ripenso ai bei momenti, ormai pochi e lontani, trascorsi in serenità. Un'obiettività costantemente seppellita dal sentimento. Allora cos'è? Disillusione forse?
Non solo.
Magicamente, una parola persa tra le pagine dei libri e i tra i corridoi del liceo si è posata sulle mie labbra: desengaño.
Calderòn de la Barca, Luìs de Gongora e Francisco de Quevedo: quella rosa di autori affermatisi tra il Siglo de Oro e la Contrarreforma che, attraverso le proprie opere, denunciavano la crisi dei valori rinascimentali e cavallereschi, la crisi di tutto ciò in cui si credeva un tempo e che, improvvisamente, era crollato.
Il disinganno esiste anche in italiano, ma niente come il suono di questa parola pronunciata in spagnolo può dare forma, almeno sonora, a ciò che penso.
E qui di seguito, un brano che spiega a mio avviso, perfettamente, che cosa sia.
Liberamente tratto e tradotto da un articolo di Carolina Jaimes Branger.
"......Quello del desengaño è forse uno tra i peggiori sentimenti che gli esseri umani possano sperimentare. Il desengaño va oltre la rabbia, oltre il dolore, oltre l'odio. Il desengaño vola e si erge sopra a tutti questi, perchè con esso vi sono anche la burla, il disprezzo e l'ipocrisia. E soprattutto è accompagnato dalla percezione di essere stati presi in giro, essere stati presi per ingenui, creduloni o chissà cos'altro. A ogni modo, il desengaño si trasforma sempre in una tragedia.
Ci sono diversi tipi di desengaño: il più comune è quello romantico, nonostante, bene o male, tutti abbiano a che fare con l'amore. Poichè l'ammirazione, il rispetto, la considerazione e l'insieme di tutti gli altri sentimenti nobili, rimangono comunque una forma d'amore. E dato che hanno a che fare con esso, causano poi tanto dolore.
Il desengaño comincia con il rapimento, un rapimento soggettivo che consiste nell'idolatrare la persona amata, rispettata e considerata. Non gli si scorgono difetti. Il destinatario di tante attenzioni si converte automaticamente in un modello di virtù. Le sue parole risuonano gloriose, qualsiasi cosa dica, dall'argomento futile al più pregnante, perchè il rapimento annulla la capactà di distinguere, di paragonare, di discernere.
Siccome dalla controparte spesso giungono promesse di staordinaria corrispondenza a tali sentimenti, il rapimento diventa via via più coinvolgente. E quand'anche non venga concesso nulla, il "rapito" attende con pazienza, confidando nel giorno in cui tanto amore verrà ricompensato. Tutto, in questo rapporto, viene stravolto e esagerato......"
Come se avesse subito un lungo processo d'incubazione, il desengaño si palesa propriamente, quando la realtà si manifesta come tale agli occhi del "rapito", il quale percepisce la frustrazione vibrante delle proprie aspettative e un senso di sconcertante disincanto nei confronti del mondo che lo circonda. La scoperta genera confusione, e questa, unita all'insieme di sentimenti negativi verso chi si adora e verso sè stessi scaglia il "rapito" nel cuore più profondo di questo sentimento.

E qui mi trovo io oggi.
saluti

martedì 22 settembre 2009

sette cose che detesto: volume II "The fashion killer"

Sette cose che detesto sono poche, molto poche. Ne odio molte di più. Ma l'odio, come l'amore, è impulsivo e mutevole, mentre detestare qualcosa o qualcuno è un sentimento profondo, stabile, motivato. E per adesso mi sono presa la briga di elaborare solo sette motivazioni. Sufficienti, a mio insindacabile avviso, per il momento.

Quella cosa chiamata moda: è iniziata la settimana della moda. Voi forse non lo vedete, ma io si. Giri in bici e vedi attraversare ai semafori le longilinee creature, passeggi per il centro e addocchi i giovani tratti della Grande Madre Russia e Consociate, guidi l'auto e vieni affiancata dagli eccitatissimi drivers che scorrazzano le giovini mannequins in giro per la città. E qua si parla ancora di bassa manovalanza.
Il peggio spunta quando incontri coloro che la moda la fanno o la comprano. Scostanti, disattenti, presuntuosi ominidi dai trenta ai sessanta troppo pieni di boria per guardare se ti stanno falciando i piedi coi loro trolley o se ti stanno passando davanti quando sei in coda. Te lo aspetti da un burino, non da uno che indossa tremilacinquecento euro di vestiti e accessori.
Ma ora che lo sapete, statev' accuort'.
Ci sono poi gli organizzatori, gli assistenti (vi dice niente "Il diavolo veste Prada"?), i fotografi, i giornalisti accreditati, quelli che s'imbucano, le starlette che fanno la loro comparsata alle sfilate, le sopracitate modelle e, a scendere, una serie di altre figure più o meno obsolete in una scala gerarchica dove il gradino più basso è rappresentato da vestieriste e hostess......senza menzionare i toyboyz.
Facciamo una premessa che riguarda la terminologia utilizzata: per moda qui di seguito intendo quella popolare perchè più pubblicizzata, la solita decina di griffe trite e ritrite assieme a qualche giovane proposta che potrebbe con più profitto dedicarsi alla coltivazione dei campi.
E' SOVRAFFOLLATA: La moda sarà anche bella, ma ci gira intorno troppa gente che, di fatto, non serve. Mi chiedo che caspita ci sia di tanto attraente a lavorare in questo campo: a meno che tu non abbia una raccomandazione dall'alto, un cognome importante o un ano largo come il traforo del Frejus, 9 su 10, vieni schiavizzato, torturato, deriso da gente che, 8 su 10, vale molto meno di un cerino. Attenendomi sempre, per esperienza diretta in merito, a fare più fasci a seconda dell'erba.
Anch'io giocavo a Gira la Moda da piccola, ma non per questo adesso mi faccio le seghe mentali perchè non gravito attorno all'ambiente.
Sicuramente, si tratta di un fenomeno in netta ascesa. La prova? Otto anni appena, un metro e poco più di vivacità, la sveglia e socievole cuginetta di Federico, sull'assolata spiaggia di Riccione, alla domanda "E da grande cosa vuoi fare?" risponde convinta "La stilista!". Shit, you too?
Almeno non ha detto la modella.
Sembra che siano scomparsi interi campi professionali: l'ingegnere, l'architetto, l'insegnante. Saranno state le Bratz? O le Winx? Inutile scovare a chi dare la colpa, non ci resta che cercare senza sosta una risposta a quei quesiti universali finora irrisolti: perchè i bambini di tredici anni si devono comportare già da fighetti vissuti e le coetanee passare a pieni voti un test sulla fellatio? Perchè le liceali non sanno più cosa sia uno zaino, ma sperimentano quotidianamente sulla loro pelle cosa sia una shopping bag griffata? Perchè guardando un programma sull'occupazione in Italia mi devo sorbire una a malapena ventenne, con un sacco informe a righe addosso, i capelli da emo e un'espressione rassicurante alla Mercoledì Addams che racconta come contribuisca allo stile del globo attraverso il suo scintillante ruolo di Cool Hunter (letto culànter......).
Cos'è una culànter????????????????
Cito "......io vado in giro e fotografo tutto ciò che trovo particolare, originale, insomma che può fare tendenza......".
Che pirla, ero una culànter e non me n'ero accorta! E anche tu! Hai una macchina fotografica o un cellulare con fotocamera? Se vedi qualcosa di strano o carino in giro lo fotografi? E allora vedi? Siamo tutti nel grande giro del fescion! Peccato che a noi non diano una lira per farlo. E non posso fare a meno di chiedermi attraverso quali criteri venga assunto un culànter e quale sia il suo stipendio mensile. Preferisco ignorare.
E' INIQUA: nel vero senso inglese di "unfair", ingiusta, improponibile. Soprattutto in un periodo come questo:senza stare a fare demagogia, la gente viene realmente licenziata, le famiglie non ce la fanno a pagare il mutuo e, quando ce la fanno a tirare a fine mese riescono a risparmiare abbastanza soldi per comprarsi solo un caffè.
Siamo a un passo dal diventare uno stato sudamericano, una di quelle pseudo democrazie dove la classe media scompare, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. La moda rappresenta l'esempio più evidente di questo divario: chi se la può permettere e chi arrosisce solo ad azzardarsi a sognarla.
Perchè devo spendere 235€ per una borsa di nylon dal nome altisonante, Made in Italy solo perchè l'ha assemblata per meno di dodici euro una famiglia d'instancabili cinesi di Prato? Perchè una maglietta di cotone semplicissimo deve costare 75 euro (in saldo) solo perchè c'è stampato un piccolo squalo sul retro? E' cotone come un altro, filato come quello di un'altra t-shirt, con un taglio assolutamente banale. Ma cosa pago? Pago una marca.
Una marca??
Lo avverto solo io questo senso di spaesamento?
Forse no. Bene.
Eppure oggi, a parità di qualità interiori, se indossi una griffe sei (in realtà "appari", ma pochi notano la differenza) meglio di uno senza. E' indice del tuo benessere, della tua "quantità", ma non necessariamente della tua qualità.
E' BRUTTA: facciamo un distinguo. Non tutta la moda è brutta. Molti stilisti producono capi splendidi, che valorizzano ed esaltano gli aspetti più femminili o più androgini di una donna, che la sanno appunto interpretare al meglio in tutte le sue sfumature.
Tuttavia va ammesso a onor del vero che negli ultimi anni è passata solo feccia: tagli assurdi, colori clamorosamente poco azzeccati o totale grigiume, proposte più che dubbie.
Un'emorragia di idee che non s'è saputa arginare ha portato improbabili ripescaggi nel ripostiglio anni '80 della mamma: un riciclo di pezzi vecchi poco sapientemente accostati ad altri più recenti.
Reinventare e stravolgere sono concetti molto diversi, e la gente ama i cambiamenti graduali, comunicati in modo efficace, non sbattuti al pubblico in qualche modo, impossibili da digerire.
Li vedi in giro i fescion victim, li riconosci subito, non perchè siano belli, ma perchè sono strani. Li guardi e ti chiedi "ma che cazzo s'è messo addosso??" Non sono originali, sono solo ridicoli e fastidiosamente arroganti con il loro bagaglio traboccante certezza di essere i nuovi messia dello stile.
Più ho a che fare con soggetti simili, più li compatisco e mi convinco che la moda sia tutta una grande operazione commerciale che annebbia le menti della gente vuota in cerca di uno scopo. Non nego che possa essere un divertentissimo svago, ma anche però che, come l'alcool, vada preso a piccole dosi e non elevato a base della propria esistenza.
La bellezza e lo stile sono un'altra cosa:
1) una donna che sia una donna e un uomo che sia un uomo, qualunque sia il loro orientamento sessuale.
2) linee che impreziosiscano il corpo e le sue forme, non palandrane o artifici rigidi.
3) colori accesi o tenui, fantasie e pattern tra i più diversi, ma sempre ben accoppiati.
4) tessuti pregiati e ben lavorati che distiguano "il capo" da "un capo".
5) disegni e manifatture precise, confezioni curate fin nel minimo dettaglio che giustifichino un prezzo alto.
Peccato che oggi la moda non sembri più essere alla ricerca del bello, ma solo del sensazionale. Come i giornali scandalistici, la propaganda politica e le tette rifatte.
Che schifo.
saluti

martedì 8 settembre 2009

sette cose che detesto: volume I "La coppa della discordia"

Sette cose che detesto sono poche, molto poche. Ne odio molte di più. Ma l'odio, come l'amore, è impulsivo e mutevole, mentre detestare qualcosa o qualcuno è un sentimento profondo, stabile, motivato. E per adesso mi sono presa la briga di elaborare solo sette motivazioni. Sufficienti, a mio insindacabile avviso, per il momento.

Il mondo di Grom: il mercoledì pomeriggio, in una strada trafficata del centro città, una persona colta dagli strascichi d'arsura dei primi di settembre, si ritrova di fronte a una rinomata e lodata gelateria. Più che per la scarsità di botteghe simili in zona che per la fama del posto, costei sale a malapena il gradino che delimita il maciapiede inquinato dall'ingresso giallo e luminoso del negozio. Di fronte a lei si staglia una fila di dieci, dodici persone disordinatamente in coda. Subito deduce che, se c'è tanta gente, allora vorrà dire che ne vale veramente la pena. Perchè perdere tempo è un peccato giustificabile solo se ripagato da un piacere d'intensità pari o superiore. E sebbene le unità di misura siano diverse, ognuno di noi butta ore al vento crogiolandosi in qualche vizio: sesso, cibo, shopping, ozio (l'elenco è infinito dai feticisti delle scarpe ai maniaci per i modellini).
Ma qualcosa non torna: dietro il bancone tre ragazzi e una ragazza tutti intenti a servire gelati. La cassa, vuota. Il tempo passa e la gente comincia a spazientirsi, qualcuno abbandona. La nostra incredula cliente è ormai a metà coda: come in tutte le cose, mollare adesso sarebbe sciocco. L'attesa è insopportabile, e si chiede come mai quei baldi giovini non si ripartiscano i compiti: uno fisso alla cassa e tre a servir coni e coppette.
Molto infastidita giunge alla meta, ma il ragazzo che dovrebbe servirla è ancora perso dietro le richieste della cliente precedente. Con il fumo alle orecchie comincia a mettere i soldi della sua coppetta sul piattino, giusto per accelerare. Finalmente giunge, con serafica e altezzosa espressione, il ragazzo che la deve servire. E' la resa dei conti: ordina la coppetta, i gusti e poi, seguendolo al banco, lancia la domanda che tutti, in quella manciata di freddi metri quadrati, si stanno ponendo: "Scusi, se posso, come mai non c'è una persona che rimanga fissa in cassa e altre che servano i gelati? In questo modo forse si velocizzerebbe il tutto.".
Pinguini nel locale: il ragazzo che a occhio e croce ha appena vent'anni, la guarda altero e schifato ma pronto a fare un atto di carità rispondendo alla ragazza. "No, signora, vede la nostra politica è quella di seguire il cliente in tutta la fase di acquisto del gelato. Io prendo il suo ordine, io amalgamo il gelato ogni volta......perchè vede è tutto fatto con ingredienti naturali e per renderlo morbido e cremoso devo amalgamarlo con la spatola di continuo. Io le servo il gelato in tutto e per tutto e lei non viene sballottata da una persona all'altra come se fosse una persona qualunque. Noi ci prendiamo cura del cliente!" conclude il provetto oratore. La nostra malcapitata afferra quella cazzo do coppetta, sforza un sorriso falsissimo, esordisce con un conciliante "Ah, bè effettivamente, non ci avevo pensato, bravi!" e se ne va, tra gli sguardi attoniti delle persone che stentano a credere alle parole appena udite.
Venti minuti per un gelato a Milano sembra una bestemmia, un crimine, una leggenda metropolitana. Senza contare che il gelato sarà anche naturale ma di sopraffino ha ben poco, soprattutto considerando il prezzo e la quantità; un difetto su tutti: le creme hanno tutte lo stesso sapore.
Per carità, proprio io non sono tipo da fast food o roba industriale: bando al gelato gusto puffo (dolce memoria della mia infanzia), poichè a una certa età cominci a capire che buttar giù coloranti e schifezze non sia il massimo della salute. Sono persona che si diletta in cucina: nella pasta ripiena e nelle torte so cosa ci ficco e me ne sto tranquilla. Altrove, porgo attenzione a cosa mi si propina.
Tuttavia, a parità di "freschezza", preferisco di gran lunga i prodotti della gelateria Marghera, nell'omonima via, dove il prezzo è inferiore, la fama è simile e il gusto nettamente superiore. O ancora, spostandoci fuori Milano, rimane imbattuto il binomio qualità-prezzo della gelateria Panna e Cioccolato di Riccione: rosa di gusti non ampissima, ma delicatezza e sapore unici a prezzi che in città te li sogni (anche lì è tutto naturale, anche lì gli inservienti sono tenuti ad amalgamare continuamente i composti, ma la fila scorre veloce nonstante la clientela numerosa).
Quello che si legge sul sito di Grom è tutta una lunga tiritera sui due fondatori Guido Martinetti e Federico Grom alla ricerca delle migliori materie prime. Bisogna, aggiungo io, saperle poi anche utilizzare però: un gelato può avere la più pregiata varietà di nocciole delle Langhe, ma se è mantecato male ti ritrovi i pezzi di ghiaccio in bocca. La filosofia dei due giovani imprenditori ammette da subito l'inghippo della lentezza ma la rigira come se fosse un vantaggio; cito testualmente "..code di 15-20 metri davanti alla gelateria e sorrisi entusiasti .." mi sembrano due cose naturalmente inconciliabili. Una minaccia più che una virtù.
Che qualcuno vada a spiegare a quei due spumeggianti torinesi che la specializzazione è un principio economico testato e promosso da qualsiasi azienda di successo. Che "seguire il cliente in tutta la fase d'acquisto" comporta non solo rallentare la vendita (con conseguente perdita di clienti), ma anche avere del personale scarso in tutte le sue fuzioni poichè non gli viene lasciato il tempo di specializzarsi in un unico compito (a alcuni suonerà familiare). Che, si, la catena di montaggio è un concetto che funziona!
Il testo poi termina con una frase a dir poco stucchevole "La nostra vera gioia? Un bambino che sorride mentre mangia un gelato Grom.", che teneri! Ma voi avete mai visto un bambino che piange mentre mangia un gelato?
Eppure, nonostante la lentezza, nonostante i prezzi alti a fronte di quantità scarsa e dubbio gusto, le gelaterie Grom spuntano come funghi. E non posso fare a meno di domandarmi il perchè. La risposta temo sia sempre la stessa.
Le gelaterie, come i ristoranti di questo tipo, fanno leva sui loro "tratti distintivi": ricercato, personalizzato, unico, facendo così del semplice gelato un bene di lusso (esiste addiritttura la Gromcard!). E' triste constatare che il solo fatto di essere "unici" attiri una così vasta clientela: il concetto è "mi distinguo perchè io il gelato lo prendo da Grom (posto fighetto e costoso)".
Io continuo a sostenere che una persona si distingua per quello che pensa e come lo esprime, per come si comporta a seconda delle circostanze, e per quello che fa e l'impegno che ci mette, nonostante i risultati.
Non per cosa indossa. Non per chi conosce. Non per i luoghi che frequenta.
Detesto Grom perchè rende classista anche il gelato, e questo mi fa proprio incazzare.
saluti

domenica 30 agosto 2009

skim yourself

DSCN1214
Solo con chi ho parlato vis à vis sa bene il motivo per il quale ometterò di trattare un argomento che tanto si suole snocciolare in questo periodo dell'anno. Gli altri, anzi, le altre fedeli lettrici (e stavolta devo sottolineare il nome di martyna) con le quali torna difficile incontrarsi e adoperare la viva e disgustata voce in merito, spiegherò più in là, magari attraverso canali differenti, le vicende.
Domenica trenta agosto, la gente torna in città, ma non propriamente in blocco. Un po' alla volta, lentamente, i parcheggi cominciano a riempirsi. Dalle auto scendono padri carichi di pacchi e bagagli, bambini che trascinano secchielli e palette reduci da tanti giochi, coppie stanche e silenti, per il jet lag, per le ore in coda in auto, per il troppo tempo passato insieme senza avere una valvola di sfogo. Qualche vecchietto con le mani giunte dietro la schiena che passeggia, osserva la scena e prosegue indisturbato, non sentendosi parte di questo viavai.
"Domani è ancora agosto, lasciateci riposare!" sembrano levarsi le voci di chi torna. Invece, sebbene sia ancora agosto..è pur sempre lunedì.
I bambini tornano a scuola, chi controvoglia, chi contento di ritrovare gli amici, raccontare delle vacanze e sfoggiare il nuovo diario. Gli (im)piegati arrancano verso la scrivania succhia sangue che li aspetta, ma anche qui, analogamente ai figli, c'è qualcuno che non vede l'ora di spettegolare con i colleghi di fronte alla macchinetta del caffè, e altri, o altre, di ostentare la tintarella conquistata sotto il sole cocente delle ore più calde.
Poi il resto: ambigui studenti in biblioteca, insegnanti alle prese con nuove classi e vecchi programmi, commesse intente a scontare tutto lo scontabile per terminare gli ultimi due giorni di saldi, baristi che riaprono le saracinesche e puliscono la macchina del caffè che tanto odieranno nei mesi a seguire, farmacisti assillati dalle domande sulla nuova influenza, benzinai che se la ridono, automobilisti che piangono nel traffico cittadino, preti che già pensano all'avvento.
Si, è la primavera il momento in cui la natura si risveglia e così anche l'uomo. Complici le temperature miti e le giornate "più lunghe". Ed è il 31 dicembre il momento in cui si formulano i buoni propositi da mettere in atto il giorno dopo (anche se poi tutti rimandano al post-epifania).
Eppure l'inizio di settembre è anch'esso, a suo modo, un risveglio, un tornare al solito posto, ma diversi, cambiati dall'estate, pronti a ricominciare, a dare una svolta .
Il caldo, il sole, gli spostamenti, il viaggio, i contatti con realtà diverse dalla solita, le esperienze vissute, gli incontri fatti, i sentimenti e le sensazioni provate, i pensieri elaborati di conseguenza, ti riportano a casa trasformato. Fai le stesse cose, ma ponendo più attenzione al come le fai, incontri le stesse persone, ma scegli con cura il grado di confidenza da adoperare, cerchi di coltivare ciò che di buono ti sei portato dalla vacanza e, viceversa, estirpi tutto ciò che non è più al tuo livello e, perciò, non merita la tua attenzione, investi tempo e soldi in nuovi progetti che diano sfogo alle qualità che più risaltano in te.
Chi programma matrimoni, chi dottorati, chi già altri viaggi. A casa hai gli strumenti per farlo. Ora, hai il tempo per farlo.
L'imperativo è scremare a maglie fittissime, tenere tutto il buono dell'estate e ripartire!
saluti

lunedì 3 agosto 2009

jet lag

E' solo quando avvisti per caso, nella vetrina di un cafe', andando verso la stazione centrale di Kyoto, una coppa di gelato al matcha con marmellata di azuki e mochi che realizzi di essere qui. Sei un attimo sfasata: undici ore di volo per poi prenderne un altro, pioggia, umidita', questa ca**o di aria condizionata a palla che riesci a sopportare con difficolta'. E poi febbre, mal di gola, stanchezza.. tabun "swine flu"? Hope not.
Alcune cose ti fanno sorridere e commuovere al tempo stesso: "Doa ga shimarimasu" ripetuto come un mantra dalla mattina alla sera e quell'adorabile suono del semaforo quando e' il momento di attraversare. Ti sembra strano essere qui perche' quattro anni sono passati, ma anche no. Allora era un'altra Seicaffe', anzi, allora era ancora solo Akiko, quella che si lanciava nella ricerca dei kanji piu' intricati. Oggi mi accontento di riesumare le ceneri di quella persona..giusto per fare un po' di conversazione in ostello, chiedere indicazioni quando mi perdo e attaccare bottone con le vecchiette alle fermate degli autobus.
La situazione e' diversa, la circostanza e' diversa, le sensazioni sono diverse. Un tempo era un amore sconfinato, inarrestabile e unico. Adesso e' bello ritrovarlo ancora forte da portare alle lacrime, ma decisamente piu' maturo.
bello davvero.
saluti

giovedì 30 luglio 2009

already


Missing you. Mi manchi già patato.
Ti voglio bene.
baci

venerdì 26 giugno 2009

guarda le paperette!



E' successo un po' di tutto. Da dove comincio?
Ho rimpinguato le finanze di molti professionisti medici tra cui un dentista, una dermatologa, un'addetto alla diagnostica per immagini e il mio odiatissimo medico generico. Nulla di che, almeno per adesso. Comunque, posso affermare che quando comincia un piccolo fastidio si sviluppa un'inarrestabile reazione a catena (vedi il dramma ginocchio (poi)tendine (poi) muscolo dell'anno scorso) per cui sai dove cominci e non sai dove finisci. Tiè!
Ho clamorosamente toppato una performance importante, ma non mi scoraggio, nonostante la mia atavica distanza dalla materia.
Ho scoperto che le amicizie procurano ingaggi e che il miglior modo per agguantare lavoretti "extra" è conoscere qualcuno che te li procuri e che poi sparga la voce. Purtroppo o per fortuna, a parità di competenze, essere l'amico dell'amico da una garanzia che nessun Mr. o Miss Nessuno può fornire. Un tempo potevo considerarla solo una questione di "discepolaggine" accademica, poi ho avuto riprova che è prassi comune in ogni campo della società. Auguriamoci di trovarci sempre nel comparto "Amici" e non in quello "Nessuno".
Anche se poi un tipo di una vecchia storia strana, millantando di essere Nessuno, ha fregato il mostro e s'è salvato la pelle. Bah.
La mia Clio è in fin di vita e non si capisce perchè data al sua giovane età(quest'anno farebbe la prima elementare) e la sua scarsa usura. La stiamo sottoponendo a una terapia intensiva, ma per ora la prognosi rimane riservata: sembrava un albero di natale da tante spie erano accese. Le voglio un gran bene: tanti giri, a qualsiasi ora del giorno e soprattutto della notte, compagna fedele e discreta di tante evasioni, se penso che è lì ferma e che per farla partire ha bisogno più che di una spinta, mi monta una rabbia incalcolabile.
Finalmente si ritorna a "corricchiare", perchè non sono più i fasti di un tempo, il passo è scandaloso, ma almeno il fiato non manca. Mi sono fissata con l'ambaradam del sensore Nike+, e ho cercato e ricercato ma pare che per quei ladri della Apple sia l'ipod classic, sia lo shuffle siano inconciliabili con il sensore perciò solo se hai un nano puoi permetterti il lusso di visualizzare e gestire i parametri degli allenamenti. Burini del cavolo, classisti e cornuti! Col cavolo che vado a spendere centinaia di euri per i vostri dogmi. Il futuro non sta nell'omologazione, ma nella valorizzazione delle diversità. Ecco! :D
Abbacchiata per la scarsità di risorse economiche da destinare alla tecnologia inutile e superflua, mi sono lanciata in un'avventura in bici, esplorando la ciclabile del naviglio in solitaria: pioniera della "bassa". Appena esci da Milano, un'altro mondo......e anche la gente cambia. Mai fatti tanti chilometri in bici e, anche se faticoso, assolutamente da rifare per spingersi ancora più in là. Ora però combatto con un naso rosso da ubriacone, il segno degli occhiali da sole e le spalle ustionate.
Feste di compleanno, feste di "vittoria del campionato", feste di anniversario, domeniche in piscina, cinemini improvvisati (john connor) e cinemini programmati (optimus prime), splendide conversazioni profonde e dense con un ritrovato futuro designer scuro come la notte, ma dall'accento meneghino, amiche lontane che ti raccontano come cambia la vita da Cerignola a Londra, amiche vicine che ti raccontano come si cambiano due case in tre mesi, la Cricca che deve ancora programmare tante cose conciliando gli impegni di tutti, il cognato che se n'è andato a Riccione e io che non riesco a controllare la mia conseguente invidia, il patato che sopporta i miei sbalzi d'umore (chissà fino a quando) ma che non si può lamentare quanto a dedizione della sua compagna per lui.
La ciclabile che ho fatto è molto più bella di questa qui sopra, ma l'idea di contatto con la natura è più o meno simile, impersonavo benissimo Giovanni. Come al solito, imbarazzata e sorpresa da me stessa. Infine, vi porto un saluto da Carolina, incontrata per caso in una cascina affacciata sul canale.

Molto meno vacca di tante altre.
saluti